Il graffio della tigre.
Avevo ricontrollato, le catene erano al loro posto, i lucchetti chiusi, le sbarre erano ancora forti e inossidabili. Non bastarono gli attacchi che soventemente marcivano la solidità di questa prigione. Dopo. Ci fu la sorveglianza, la guardavo al suo interno, mentre si aggirava nervosa percorrere in tondo tutto il perimetro, a volte si sentivano dei suoni, ma i suoi passi erano silenziosi di chi sa che la fine di quello stato stava per accadere. Lo scricchiolio metallico mi suggerì che dovevo trattenere io con le mie mani, non doveva accadere, non poteva.
Un giorno, mancava poco a che l'allarme potesse rientrare, non ci furono avvisaglie, bastò una carezza per sciogliere ogni legame, le catene caddero a terra come serpenti morti, le sbarre piegarsi come fatti di burro, e lei, davanti a me, con lo sguardo fermo e fisso. Mi fece un ruggito, sapevo che non ce ne sarebbero stati altri, mi avrebbe azzannato senza più preavviso. Mi accostai accasciandomi su me stessa e la vidi partire, la tigre si era liberata, avrebbe fatto tutto senza il mio consenso e così fece.
La femminilità fece scempio di tutta la debolezza maschile che le viveva attorno. Inevitabile e dolorosa. Non gli permisi di farmi fuggire, non m'importa che si sente ferita, dobbiamo tornare insieme. La lascerò vivere liberamente l'istinto che ci guida ed io riprenderò a distanza ogni mio contatto con il mondo maschile, troppo sleale ancora per non permettere che questo risucceda una seconda volta.
