Una mattina come tante in giro col passeggino in cerca d'aria. Pungente certo, una mattina fredda e serena, una dopo tanti giorni di pioggia. Sulla strada verso il parco non vi sono passanti e nemmeno biciclette, timidamente corre a passo stretto e svelto una mamma di un neonato che grida al mondo la sua caparbietà di vivere.
Giunti al piccolo angolo di giardino, una serie di panchine vuote, tranne una, una donna, all'incirca sulla cinquantina se ne sta all'angolo, ripiegata su se stessa verso l'interno, s'intravede una birra mezza cosumata mentre le mani indaffarate portano qualcosa di non riconoscibile alla bocca, sembra un roditore intento a sbucciare e a cosumare pasti che forse non si ripetono da giorni. Nascosto dall'ampio cappotto, nell'angolo che forma con la gamba piegata e lo schienale, un mazzetto di carte, che mescola e ridistribuisce in maniera paranoica ed anche turbata dalla curiosità di mio figlio che le si avvicina piano piano.
Non è italiana, d'improvviso prende tutto il suo bagaglio e si sposta mugugnando qualcosa d'incomprensibile, poi si apposta sulla panchina verso il centro del giardino lontano da noi. La seguo con gli occhi e lavedo ricominciare daccapo quella strana liturgia che pare darle sollievo ma è evidente che non sta bene. Mio figlio non si dà per vinto e riprova l'approccio con la dolente signora ma lei riprende di scatto tutte le sue cose e imprecando in italiano si risposta verso la prima panchina, dopo di che sto attenta che non risuceda di nuovo.
Una ragazza gioca col suo cane ma non si accorge di lei, nemmeno uno sguardo, ne un cenno d'intendimento nei miei confronti dopo che per la seconda volta si alza da quel posto per allontanarsi da un bambino troppo curioso.
Non mi meraviglio, infondo c'è tanta gente che non vede. Che ora è? E' tardi, l'una, andiamo tesoro tuo fratello tra un po' esce da scuola...
