Caro uomo perduto,
c'era un tempo in cui la mascolinità in voi aveva un valore, un senso e s'incastrava nel disegno più grande di una natura perfetta.
Ho speso i miei primi quasi quarantanni a pagare le conseguenze delle vostre presunzioni di sapere, vi vedo in tutta la vostra bellezza che ormai non macina più nessuna sensazione nella mia anima solitaria.
Ho capito che non sono stata io a perdervi ma siete voi che vi siete persi. Credevo di morire nella solitudine ma le vendette che ho evitato di fare mi hanno dato la possibilità di vedere una mascolinità nuova che in alcuni ho visto, che non sono miei e che non lo saranno mai. Hanno deciso comunque di sorreggermi al peso di questa nuova realtà e che insieme faremo capire a chi non lo sa tutto ciò che si sono persi, aiutandoli ad accettarsi nella loro vera natura e non nella moda che li vuole così.
Basta guerre, io non risponderò più alle provocazioni, ho bisogno di stare insieme all'altra metà del mio cielo e lo farò smettendo di salvare i galletti dal pollaio e i pulcini dalle chioccie. Forse siete contenti di starci e forse non è una colpa.
La consapevolezza della propria natura senza l'educazione non permette di godersi appieno le gioie della prima.
L'educazione senza la consapevolezza della propria natura non è duraturo.
Il graffio della tigre.
Avevo ricontrollato, le catene erano al loro posto, i lucchetti chiusi, le sbarre erano ancora forti e inossidabili. Non bastarono gli attacchi che soventemente marcivano la solidità di questa prigione. Dopo. Ci fu la sorveglianza, la guardavo al suo interno, mentre si aggirava nervosa percorrere in tondo tutto il perimetro, a volte si sentivano dei suoni, ma i suoi passi erano silenziosi di chi sa che la fine di quello stato stava per accadere. Lo scricchiolio metallico mi suggerì che dovevo trattenere io con le mie mani, non doveva accadere, non poteva.
Un giorno, mancava poco a che l'allarme potesse rientrare, non ci furono avvisaglie, bastò una carezza per sciogliere ogni legame, le catene caddero a terra come serpenti morti, le sbarre piegarsi come fatti di burro, e lei, davanti a me, con lo sguardo fermo e fisso. Mi fece un ruggito, sapevo che non ce ne sarebbero stati altri, mi avrebbe azzannato senza più preavviso. Mi accostai accasciandomi su me stessa e la vidi partire, la tigre si era liberata, avrebbe fatto tutto senza il mio consenso e così fece.
La femminilità fece scempio di tutta la debolezza maschile che le viveva attorno. Inevitabile e dolorosa. Non gli permisi di farmi fuggire, non m'importa che si sente ferita, dobbiamo tornare insieme. La lascerò vivere liberamente l'istinto che ci guida ed io riprenderò a distanza ogni mio contatto con il mondo maschile, troppo sleale ancora per non permettere che questo risucceda una seconda volta.

Il silenzio assenza
Una giornata come le altre, sveglia, preparativi, supermercato e tante cose da fare. Bella la colazione, bello il viaggio di andata, bella l’entrata, bello sistemare il bambino nel baby parking con la promessa di un Happy meal. Bello incontrare vecchie amiche di scuola e quando lui capisce ed inizia da solo. Bellissimo ricordare i tempi della ragioneria, che ci si trova cresciuti, realizzati e poi che fa quello, ho visto quell’altro lo sai che… alla fine, li abbiamo nominati tutti e quelli non mensionati li ricordiamo bene anche se non si sapeva della loro attuale professione e della loro famiglia semmai si erano sposati o meno.
Lui, Fiore, non me lo ricordo. C’era un ragazzo timidissimo, abbiamo trascorso insieme gli ultimi tre anni. Ogni giorno, per cinque ore circa sei giorni la settimana. Le gioie, i dolori, i professori buoni e quelli cattivi. Gli scioperi, i compiti in classe e le interrogazioni.
Niente, la sua faccia, la sua voce, un episodio qualsiasi, niente, non ricordo niente di lui se non il suo cognome impresso nella mente: Fiore. Solo che era timidissimo. Scriveva molto piccolo. Questo. Poi basta.
Ad un certo punto, alla fine della scuola dopo le vacanze estive, seppi che era entrato in università. Di nuovo niente. Non tutti hanno la stessa dimensione nella mia memoria, qualche professore se vogliamo devo essermelo proprio dimenticato. Fiore di più, dopo la notizia della scelta dell’ateneo, non conservavo emozioni, cancellato prima che fu concluso l’anno del diploma.
Sono passati diciasette anni dal conseguimento dello stesso, non sono pochi, certo che però devo aver pensato anche solo una volta a tutti i miei compagni e nemmeno a dirlo lui un fiore in mezzo al cemento.
Quando ne vedi uno, non pensi che possa essere calpestato, anzi se noti una scarpa pesante piegarlo fino ad essere impresso sul suolo non ti vengono sentimenti ambientalisti. Pensi che quello non è il suo posto e che non si deve lamentare se nessuno lo nota.
Anche il più bel fiore nato stranamente tra le rovine di una civiltà fatte di cose dure e inanimate non viene valorizzato. Lo vedi certo e ne noti l’anomalia, ma non lo fotografi e non pensi a raccoglierlo, non lo eviti se intralcia il tuo cammino e soprattutto non ne conservi l’immagine nella memoria in quanto non desta emozione ma solo un particolare stonato del contesto che stai vivendo.
Fiore,
non sono stati anni molto facili per me quelli. Anche a me tutta quella bravura in classe portava scompiglio nel delicato equilibrio da adolescente. Mi ha salvata questa spiccata propensione per i ragionamenti matematici, mi piacevano le cose complicate, mi piaceva vincere almeno in questo campo l’insicurezza della gioventù. La migliore avrebbe detto qualcuno.
Ognuno avevamo un genio in qualche campo, qualcuno sarebbe stato uno show man, altri professori ed altri bravi genitori, amici, ecc… Bastava che tu ti accorgessi invece di quanto era bella la tua timidezza e mentre scrivo le parole cominciano a disegnare nella mia memoria il tuo profilo. Le tue labbra carnose e rosse, i tuoi denti piccoli e bianchissimi, occhi neri e sguardo retroverso ma ugualmente affascinante.
Queste cose devo averle pensate qualche volta durante gli anni della scuola, ma tu non imponevi il tuo essere perché forse pensavi che non sarebbe piaciuto, mentre no, se mi avessi chiesto cosa pensavo di te, l’avrei detto. Avrei detto che mi piacevano le tue labbra, i tuoi denti e quello sguardo cadente. Anch’io mi vedevo brutta ma superai la paura con il coraggio di vedere se poi era così vero che le persone potevano occupare un posto superiore o inferiore rispetto ad un altro.
Mi chiedo a questo punto se anche tu hai fatto parte del gruppo dei ragazzi in bagno, a fumare le sigarette provenienti dallo stesso pacchetto a parlare di ragazze, dei loro attributi, e le fantasie erotiche che ti suscitavano.
Chissà se hai pensato a me nel letto con te, magari abbracciati, mentre baciandoti in continuazione ripetere di quanto mi piacevi e mi facevi sentire bene.
A quell’età ci sono troppe cose da fare, pensi che il coraggio si acquisti dimostrando qualcosa a qualcuno, verità che viene confutata in età adulta quando ripensi a tutte quelle preoccupazioni quasi con tenerezza.
Hai pensato che dovevi laurearti, che il cambiamento d’ambiente, ti avrebbe tolto quell’immagine di te invisibile. Potevi fare finta di essere sicuro e di poter sconfiggere quel muro che ti separava dal consenso altrui. Tutti però in quei cinque anni avevamo fatto finta di essere all’altezza e solo tu devi aver creduto in questa grossolana falsità.
Ma non siamo stati solo noi, anche i professori, fecero la loro parte. Elogiando i più bravi e non considerando gli altri perché non soddisfavano le aspettative del loro disegno grandioso e criminoso di formare dei vincenti. Dei numero uno.
Quelli veramente dotati, non si sentivano anch’essi, che la loro realizzazione poteva dipendere dall’ansia da prestazione dei nostri docenti, loro studiavano, riuscivano a ricordare ciò che leggevano e si esercitavano. Magari loro non avevano la nostra situazione familiare Fiore, ora ricordo anche il tuo nome, il nome di uno dei più grandi pittori dell’800.
Non so come si comportava con te tuo padre, se credeva in te e semmai ti abbia detto di essere orgoglioso della tua sensibilità qualche volta, questo campo nella misurazione dell’intelligenza non c’era e forse nemmeno adesso.
Forse avresti dovuto scegliere un altro ramo, magari artistico, anche se ricordo molto bene che l’unico diploma che ti permetteva di lavorare subito era quello e magari i tuoi genitori te lo hanno consigliato vivamente oppure nemmeno tu accettavi questo tuo pregio come tale.
L’università, che nei sogni di ragazzo, sono l’icona della libertà e della democrazia deve averti proprio deluso, credo che dovevi buttarti fra noi e cercarti una dimensione propria all’infuori della competizione scolastica. Ti avremmo preso sicuramente in giro ma avresti scoperto che tutto questo non faceva male come pensavi facesse nella tua mente, arrivati alla fine della scuola hai trovato un vuoto davanti a te, più lontano ma solcato dalla voragine immensa della disperazione, una sola corda appesa alla luna. Devi averci pensato tanto tempo prima di prendere la rincorsa e infilarti dentro quella corda che illusoriamente ti avrebbe portato dalla liberazione di quel senso di inferiorità che ti aveva indebolito l’anima.
La mattina, quando la decisione era stata presa, devi essere stato pervaso da una strana sensazione di benessere e di sicurezza mai provata prima. Ti sei posto davanti a quel baratro alto più o meno come una sedia ma che ai tuoi occhi doveva sembrare proprio profondo, poi ti sei legato la corda all’altezza della tua vita ed hai tentato di superare il tutto con un coraggio che non ti ha mai appartenuto ma che per una volta avevi sentito di avere e che per questo meritava di essere ascoltato.
Dopo di ciò non posso più immaginare cosa tu abbia visto, forse il buio o un tunnel con una luce accecante al suo finire così raccontano alcuni, sei stato insieme come in una festa di ragazzi ma la tua presenza non è stata notata ed alla fine sei uscito da quella porta dove eri rimasto per tutto il tempo. Hai deciso che non potevi venire a ballare al centro della pista insieme a noi, noi lì esorcizzavamo la paura di crescere.
Sei uscito da quella porta con una maniglia sola, lo volevi fare per cambiarti d’abito e sei rimasto solo. Sono tornata in mezzo a quella pista, il supermercato, ero triste ed ho cercato piaceri che non ho trovato, poi ho messo in ordine i miei pensieri ed ho visto dove sbagliavo, qualche telefonata senza motivo alle persone che amavo, qualche chiarimento e la giornata mi sembrò addirittura più leggera.
Sono uscita con gli amici, la serata era perfetta, avevo ciò che desideravo fino a quando per un solo secondo devo aver riflettuto, non potevo raccontarlo, loro non sapevano della tua esistenza e nemmeno della tua attuale assenza, ho cambiato umore e mi sono rattristata improvvisamente, mi hanno preso in giro tutta la serata ma non mi avevano offesa. Loro a differenza di me conoscono la mia sensibilità ma forse è proprio per questo che stasera sono qui.
Giuseppina

Una donna allo specchio
Nella camera appena la luce d'insegne colorate, lei era lì, davanti all'armadio aperto a pensare che non ha mai niente che possa risaltare la sua bellezza. In realtà si meravigliava perché tutti la notassero.
Poi scelse un vestito, le disegnava i fianchi e un fermaglio legava la maglia tra i seni che s'intravedeva tra le pieghe. Pensò, forse così stasera non sarò più sola perché è questo che vogliono gli uomini, capire cosa c'è sotto il vestito.
Aveva imparato a ridere scioccamente di qualsiasi battuta le si facesse, fare intendere il piacere per il cucinare, essere allusiva, simpatica e anche intelligente ma usava quest'ultimo pregio solo con molta parsimonia.
Era bravissima a raccontare degli uomini che l'avevano lasciata, delle malattie d'amore che era stata costretta a superare perché quelli erano dei bruti che non sapevano come amare una donna.
Dolcezza, pazienza e alla fine anche un pizzico d'indifferenza nel lasciarsi guardare senza mai fare il primo passo.
Elena ebbe tanti uomini nella vita, non perdonò mai suo padre per le violenze subite e mai raccontate. Poi conobbe un uomo come tanti, Andrea piacevolmente soffiato ad una povera ragazza pulita ed ingenua, era speciale lui pensava, si sentiva sicuro di saper amare perché era riuscito a fermare la donna più desiderata in città.
Il giorno del matrimonio, semplice e anche un po' scarno, vide sua madre parlare fitto con il padre di Elena. Erano amanti e lei lo lasciò per sposare l'uomo che fu poi suo padre, era un violento e lei lo sapeva, anche la madre di Elena lo sapeva ma non ebbe il coraggio di proteggerla.
Andrea capì che di speciale aveva di essere stato strumento di salvezza di Elena, che ebbe una figlia, bellissima ed adorabile come lei da piccola, il nonno ebbe il barbaro coraggio di avvicinarsi anche a lei, questa volta però Elena lo denunciò e lo cacciò per sempre dalla sua vita e dal suo passato.
Il loro matrimonio durò per sempre, perché l'amore salva la vita, Andrea si accontentò di essere un uomo qualunque che si sentiva speciale per aver pagato alle donne degli uomini violenti una vanità che infondo non gli importava affatto. Elena e sua figlia erano con lui e questo era l'unica cosa vera.