Quello che le coppie non dicono. Un amore al sugo di pomodorini e basilico.
Paola era cieca dalla nascita, nessun gioco di colori aveva popolato la sua infanzia, toccare era l’unico strumento con cui la ormai trentenne ragazza ebbe modo di conoscere il mondo.
Frequentava Giorgio da quasi un anno, lui la riempiva di descrizioni affinché non le mancasse quel contatto con le bellezze del mondo che a lui la vita non aveva precluso. Insieme però potevano fare tante cose, lei laureata in botanica, lui chef di un famoso ristorante del centro. A volte i suoi successi culinari li doveva a Paola che sapientemente le indicava le spezie più aromatizzanti, che molti non potevano conoscere in quanto lei solo le coltivava. I semi erano gelosamente raccolti dalle piante locali nei posti sperduti del mondo dove Giorgio amava andare.
I loro incontri erano fatti di ricette, lui era la mente lei il tocco magico. Ravioloni di ricotta di capra e senapelli al profumo di dragoncello, burro caldo profumato di menta. Ma anche fagiolata messicana con costine di maiale tagliati in piccoli pezzi dove Paola si sbizzarriva ad arricchire con le centinaia di specie di peperoncino che incorniciavano la sua abitazione.
Entrambi aspettavano con ansia il momento di sedersi a tavola, lei si sedeva accanto a lui e non di fronte perché a volte aveva bisogno del suo aiuto per non sporcarsi, specie per versarsi il vino di cui lui era esperto. Ne curava ogni minimo particolare: colore, annata, abbinamento ed essenza nel retrogusto, le aveva insegnato tutto delle viti, anche se lei ne conosceva gli aspetti organolettici, il vino per lui era qualcosa che trascendeva dalla sua qualità, era il sapore dell’appagamento, con altri si sarebbe accontentato della birra ma con Paola era diverso, non era lei come donna intanto a piacergli ma come il loro stare insieme toccava in lui i vari aspetti della sua vita e dei suoi bisogni.
Comunque era vero che mancava solo una cosa al loro rapporto, ma lui non gliene faceva una colpa, era talmente bello il quotidiano insieme a lei che avrebbe saputo aspettare.
Paola no, si nascondeva dietro mille particolari attenzioni nei suoi confronti, perché aveva paura di chiedergli che era pronta a donarsi, pensava, glielo chiederò diversamente. Voleva sfidare il senso visivo di Giorgio, più ancora della seduzione attraverso gli occhi degli uomini, immaginare come invitarlo cercando di attirare l’attenzione del suo sguardo, un vuoto nella sua mente che si faceva grande quando più le sue parole non erano capaci di esprimere la sua voglia di farsi concedere.
La sera lei faceva in modo di vestirsi come a lui piaceva, se ne accorgeva dalla lunghezza delle pause che Giorgio impiegava per salutarla, si comprava i capi da una sua amica, proprietaria di un negozio di abbigliamento, era molto brava ad interpretare le descrizioni accurate anche se a Paola mancava la concretezza fatti di tagli e di colori, in due cose era imbattibile uno era l'immaginazione e l'altra il tatto. Avrebbe riconosciuto una seta italiana da quelle orientali stringendo la stoffa con solo due dita e senza bisogno di strofinarle.
Un giorno si mise quello che per lei doveva essere il giusto rapporto tra la seduzione e la semplicità, era di seta lucida, della migliore qualità, cadeva sul suo corpo come indossato da una statua di Venere, molto semplice e di un blu indefinibile, si direbbe sul cobalto, quando aprì la porta quel saluto non tardò ad arrivare come a lei sarebbe piaciuto. Lei aveva dimenticato che il vero punto forte, era la scollatura posteriore che le scendeva fino in fondo dove appena s’intravedeva una graziosa farfallina di tulle nero bordati di rosso che caratterizzava l’intimo. Di fatti la delusione non tardò ad impossessarsi di lei che invece di farlo accomodare e poi chiudere la porta, fece per girarsi e lo abbandonò davanti l’entrata aperta con un passo che pareva non avere ostacoli davanti.
Giorgio ne rimase un po’ sorpreso ma nulla era a confronto della visione che gli si parò davanti. Un violino si sarebbe detto! Un violino con una stola cadente ai lati, degno di un quadro di De Chirico senza quell’atmosfera di desolazione. La falciata della sua camminata contrariata le inarcava la schiena mettendo in risalto la linea della schiena che si muoveva sinuosa in una danza ipnotizzante a cui Giorgio non aveva mai pensato.
Quella sera di fatti non fu uguale alle altre, il pensiero di entrambi non combaciava come al solito ed ognuno in assenza di un vero litigio si sforzò di nascondere i propri desideri in un normale menage di coppia. Si misero ai fornelli, l’una accanto all’altra, Giorgio dovette fare una forte resistenza quando lei le chiese di allacciarle il grembiule dietro quell’opera d’arte a cui lui non osava più pensare e che accuratamente evitava con lo sguardo. Paola, ogni volta che gliene offriva l’occasione lui prontamente con la sua inaccettabile galanteria la deludeva, fino a che quando si sedettero a tavola si accorsero entrambi che la loro cena era decisamente la peggiore di tutte.
Scontenti per i loro motivi più profondi il malcontento si allargò anche alle altre aree del loro mondo: la complicità, il gusto per le cose buone, l’ottimo vino, quel silenzio appagato che caratterizzava il loro rapporto da sempre.
Quel mutismo che non era silenzio si espanse nella cucina come un gas irrespirabile, entrambi volevano dire qualcosa e insieme temevano che quel qualcosa non poteva essere detto.
Paola tamburellava le punte delle dita, curatissime, sulla tovaglia di fiandra bianchissima, Giorgio passò all’azione sbrigando le faccende di pulizia dei piatti e della cucina.
La rabbia e la voglia crebbero insieme e lo si poteva notare dalla violenza in cui lei tamburellava le dita sul tavolo e lui spostava ogni cosa per pulirne anche gli angoli più nascosti meglio di una casalinga fissata. Si arrivò al punto che era lì in attesa di essere raggiunto, quando il tamburellamento cominciava a molestare la pace e le cose da lavare finirono inesorabilmente.
Qualcuno azzardò “Si è fatto tardi” ma nessuno sa chi fu il primo a dirlo o chi rispose “Si è fatto tardi infatti”. Paola si sciolse il fiocco del grembiule da sola, mentre Giorgio si apprestò altrettanto ad infilarsi il cappotto dimenticandosi della sciarpa bianca, quasi a voler lasciare appesa così un’ultima speranza. “Mi accompagni alla porta?” “Si eccomi metto il grembiule a posto ed arrivo”, lo fece con una lentezza tale che Giorgio si convinse che la serata ormai era persa e che non conveniva insistere tanto lei non avrebbe detto di quello scatto lì sulla porta prima di entrare.
Paola lo anticipò aprendo la porta con la testa bassa, lui non la baciò ormai sconfitto però prima che anche l’ultima porta potesse essere chiusa disse con voce quasi impercettibile “Sediamoci”, lei capì che lui si accorse di qualcosa ma non resistette all’idea di fargliela pagare subito e gli rispose “No, forse domani”. A Giorgio gli caddero le mani sui fianchi e con aria interrogativa si girò e chiudendosi la porta alle spalle si avviò verso la sua macchina. Lei per un po’ rimase immobile dietro la porta ma si dovette scoprire femmina come tutte le altre e con aria presuntuosa, anche se nessuno poteva vederla, fece un cenno alzando il naso all’insù e si avviò verso la camera. Durante il tragitto qualcosa accarezzò il suo braccio, cashemire “samawar” regalo del suo ultimo compleanno, lo afferrò tra le mani e raggomitolandolo se lo portò fino alla bocca, quasi a simulare il bacio mancato, poi ne respirò il profumo della sua presenza e in un attimo realizzò del suo desiderio. Sentì qualcosa trasalire dalle sue viscere, qualcosa di sconosciuto e di invadente, tanto da farla sobbalzare cercando disperatamente il cellulare per fare sì di poterlo chiamare di nuovo e con una scusa riportarlo dove il suo corpo voleva che fosse.
Dovette rinunciare in un solo istante a tutto il suo orgoglio femminile, non ce la fece totalmente e tutto quello che riuscì di fare era solo un sms con su scritto “Ti sei dimenticato la sciarpa a casa”- Paola dapprima lo attese con il telefono in mano, poi sulla poltrona vicino all’entrata ed infine, ancora vestita sul letto, dopo di che sfinita da un pianto liberatore si lasciò addormentare come corpo senza vita.
Dal canto suo Giorgio leggendo il messaggio si disse che forse non era il caso di litigare e preferì ritornare nel suo locale dove dopo la mezzanotte iniziavano gli spettacoli notturni a cui prima non era interessato. Vide un sacco di gente, gente che nemmeno aveva mai visto mangiare nel suo locale, erano lì per le donnine, per lo più extracomunitarie buttate su quel palco chissà per quale ragione. Lo spettacolo era deprimente ma vista la rabbia e la voglia improvvisa che gli era trasalita alla vista di quella scollatura, infondo, quel turbinare di corpi volluttuosi non diedero granché fastidio alla sua natura maschile. Poi però cominciò a notare i clienti, i loro sguardi assatanati, le loro mani tozze che si avvicinavano verso quelle sventurate in cerca di qualcosa che a casa non trovavano, si rese conto che lui non era come loro ma ormai i primi bagliori del giorno si cominciava a vedere all’orizzonte del parcheggio e decise che forse era ora di tornarsene a casa.
Nell’accendere il motore la radio si sintonizzò automaticamente su una voce che ad alta voce leggeva un libro di letteratura, ripensò al suo modo di far partecipare Paola alle bellezze del mondo, al fatto che lei ne fosse gratificata e lui si sentiva per questo speciale. Non era lontano, pensò, ci passerò davanti senza fermarmi, ne aveva bisogno. Paola invece si rigirava nel letto, quel silenzio era vuoto di lui e non si riusciva a dare pace. Quando fu davanti la sua porta Giorgio scese e si mise dietro la porta e con voce bassa la chiamò, a Paola che era in uno stato di dormiveglia quel suono lo sentì proprio bene ma si alzò disincantata che forse quella era solo la sua voglia che si era trasformata in illusione. L’illusione che fosse lui.
Scostò la tenda della finestra vicino la porta e bussò per ricevere una conferma, lui che a vederla scompigliata così in penombra gli sembrò un’apparizione gli bussò nel loro alfabeto segreto e lei aprì la porta. Giorgio la guardò e vedendola ancora vestita capì e fece quello che qualsiasi uomo avrebbe fatto, chiuse la porta dietro di se, le si avvicinò e con una mano davanti la sua bocca fece scivolare l'altra, come in una colata di cioccolata, dietro quella schiena perfetta.
Non ci furono parole, era tempo che quel mondo fatto di sensazioni di pelle appartenesse anche a lui.
Il corpo di lui era nella mente di lei, lei immensamente negli occhi di lui. Pensarono all’unisono che era il momento giusto, lei si sdraiò come una principessa sul letto adagiando accompagnata dal sostegno di Giorgio la testa sul cuscino, lei immaginava ciò che gli occhi di lui potevano vedere, lui si adagiò su di lei e con un impercettibile gesto nella parte interna delle cosce di lei fece per farsi aprire, così come quella porta qualche tempo prima. Lei capì ed afferrando la testa di Giorgio tra le mani lasciò dischiudere le ante. L’aria non era più aria, la stanza non più una stanza e nemmeno il letto sembrava essere più tale quando lui timidamente entrò in lei, lei strinse ancora di più perché a questo punto non voleva essere guardata, era intimorita da quello che la sua natura felina avrebbe avuto sul suo giudizio. Il conto alla rovescia annunciava il momento magico, la pressione fece scardinare gli indugi e il piacere uscì dai corpi uniti come in una bottiglia di spumante. Un grido annunciava la fuoriuscita del liquido degli dei e la conquista dell'Olimpo fu finalmente raggiunta. Ci fu un silenzio pieno di pace. Il corpo di Paola si distese senza fare più resistenze, slacciò le sue mani dal capo di Giorgio e si lasciò cadere all’indietro, sudata e con un lieve sorriso stampato sulle labbra, che lei sapeva cos’era e che lui avrebbe visto senza avere più bisogno di capire.
Giorgio le si alzò e si lasciò cadere affianco, decise che la prossima volta non si sarebbe dimenticato di descriverle anche le bellezze del mondo che a lei erano sconosciute, il suo corpo.
Pensavo che imparare a vivere, a relazionarsi e a realizzarsi sarebbe servito a qualcosa. Mentre il motivo di tanta sofferenza è sapere di vedere in un mondo di ciechi, aprire la bocca per parlare soltanto una lingua sconosciuta.
Non mi sento del mio tempo, non mi sento della mia età, non mi sento una coscienza comune.
Se Picasso nel suo evolversi come pittore ambiva a dipingere come un bambino, io mi accontenterei di diventare semplice.
Semplicemente Giuseppina.
Una mattina come tante in giro col passeggino in cerca d'aria. Pungente certo, una mattina fredda e serena, una dopo tanti giorni di pioggia. Sulla strada verso il parco non vi sono passanti e nemmeno biciclette, timidamente corre a passo stretto e svelto una mamma di un neonato che grida al mondo la sua caparbietà di vivere.
Giunti al piccolo angolo di giardino, una serie di panchine vuote, tranne una, una donna, all'incirca sulla cinquantina se ne sta all'angolo, ripiegata su se stessa verso l'interno, s'intravede una birra mezza cosumata mentre le mani indaffarate portano qualcosa di non riconoscibile alla bocca, sembra un roditore intento a sbucciare e a cosumare pasti che forse non si ripetono da giorni. Nascosto dall'ampio cappotto, nell'angolo che forma con la gamba piegata e lo schienale, un mazzetto di carte, che mescola e ridistribuisce in maniera paranoica ed anche turbata dalla curiosità di mio figlio che le si avvicina piano piano.
Non è italiana, d'improvviso prende tutto il suo bagaglio e si sposta mugugnando qualcosa d'incomprensibile, poi si apposta sulla panchina verso il centro del giardino lontano da noi. La seguo con gli occhi e lavedo ricominciare daccapo quella strana liturgia che pare darle sollievo ma è evidente che non sta bene. Mio figlio non si dà per vinto e riprova l'approccio con la dolente signora ma lei riprende di scatto tutte le sue cose e imprecando in italiano si risposta verso la prima panchina, dopo di che sto attenta che non risuceda di nuovo.
Una ragazza gioca col suo cane ma non si accorge di lei, nemmeno uno sguardo, ne un cenno d'intendimento nei miei confronti dopo che per la seconda volta si alza da quel posto per allontanarsi da un bambino troppo curioso.
Non mi meraviglio, infondo c'è tanta gente che non vede. Che ora è? E' tardi, l'una, andiamo tesoro tuo fratello tra un po' esce da scuola...
Cocci
Mi svegliai d'improvviso, per terra e malridotta,
mi faceva male tutto
gli occhi a malapena si aprirono ad uno spettacolo
che era addirittura peggio del mio stato d'animo
Non appena potei alzarmi da terra cominciai
a cercare di ricomporre la mia vita
Un tassello dietro l'altro i cocci che trovavo
facevano un disegno e tutte le cose scritte
negli anni cominciavano ad avere un senso
Era la mia anima che mi scriveva
in realtà voi che leggete non c'entrate niente
Racconti che parlavano di miei eventi futuri
nessuna parola è andata persa
La verità c'era ma io non ho mai voluto credervi.
Ora che ho capito mi pare di aver perso tutto.
Seguo il sentiero tracciato dai cocci,
ora credo che mi portino a te
ma ormai non sono più certa di nulla
pur sapendo che non è una menzogna.
Ho accettato la mia verità, mi disse con voce ferma ma dimessa. S'infilò la giacca guardandosi allo specchio. Poi si avviò verso la porta. Si girò un solo istante, mi guardò con aria maliziosa e triste allo stesso tempo, girò la manopola e uscì definitavamente dalla mia vita.
Il rumore di quella porta mi diede un colpo al petto, era quello che volevo, avrei voluto riaprirla e correrle dietro ma non ce la feci. Mi sembrava darle una nuova conferma, ad un essere che ebbi combattuto ogni giorno, sin dal primo in cui cominciammo a pensarci.
L'amore dei sensi è come cercare una ragione e trovare un mistero.
Qualsiasi cosa io faccia viene recepita come un segnale, un messaggio... un invito. A volte inconsapevolmente. Vorrei ma non oso pensare allora te lo dico diversamente. I silenzi molto spesso sanno essere più esaustivi delle comunicazioni verbali, dei gesti convenzionali e degli sguardi.
Le parole, mio malgrado perché amo la scrittura e il suo mondo, sono inflazionate, hanno bisogno di tempo per essere depurate dalla volgarità, dai doppi sensi, dalla banalità dei bisogni umani e dalla bruttezza del loro suono.
Quando si parla di amore dei sensi, non vi sono ragioni, non vi sono mete e purtroppo non vi sono progetti perché finisce sempre con un abbandono. E' solo un viaggio che potenzialmente potrebbe portarti lontano da te, dalle tue sicurezze e lasciarti alla deriva dove le paure non sono più controllate e controllabili. Un vero rischio.
Se non senti forte il naufragio della razionalità non avrai amato con il linguaggio dei sensi, avrai fatto della salutare ginnastica, dà le sue soddisfazioni ma non arriva là in alto, dove l'aria dell'equilibrio è rarefatto ma gli scalatori questo lo sanno... risalire il monte di Venere può portare alla morte del senso della vita. Tutto potrebbe perdere di significato, una pennellata di nero su un quadro naif.
Questo lo sanno i matematici, quando incontrano quel numero, tanto desiderato che fa degenerare una funzione in un punto. Quel mistero gli offusca la mente, anche la scoperta di un nuovo e più grande numero primo, diventa uno zero.
Succede perché gli uomini sono finiti ma hanno bisogno dell'infinitezza, qualcuno con presunzione crede di poter raggiungere sempre e comunque la verità, mentre invece ogni volta che si spostano i limiti si scoprono domande nuove, che ci lascia lo sgomento di sapere in un mondo d'ignoranza, praticamente soli.
Quando si arriva a conoscere il mistero bellissimo di amare una donna di cui non conosci le ragioni della tua attrazione, le dài molti significati, ma un significato vero non esiste, sei a conoscenza di qualcosa che nessuno può capire e sei solo di fronte a tanto incontrollabile potere che lei ha su di te. Inconsapevolmente, inesorabilmente e diabolicamente bella!
Gli amanti
Non dirmelo più.
E' da quando i nostri sguardi
tra migliaia di sguardi
sfregandosi
accesero questo fuoco che io rifuggo la fine.
Inevitabilmente
il bagliore che ha bruciato
quel cumulo di sterpi dal tempo riempito
rivelandosi
ha spento per sempre la mia idea di eternità
Ma non sarà nemmeno questo
a rendere così triste il calore che ne ricevo
Ho paura di guardare impotente
il bianco che il tempo avrà posato sopra la cenere
e dimenticare
dove la passione spazzò in un attimo tutte le nostre certezze
L'inesperienza
mi ha portato a cercare di trattenere tra le mani
l'acqua che scorre
Ora non c'è più niente
solo secchezza e screpolature sulla pelle
E da questo mancato rimpianto
che reggo ancora il pensiero
della felicità e dell'abbandono.