Parigi 1987.
E successivamente fu il mio turno. In un momento di incertezza qualcuno m'invitò ad entrare. Non mi guardò immediatamente, lo fece dopo, scrisse nel frattempo tenendo il telefono in mano e con un cenno m'indicò la poltrona dove mi sarei dovuta sedere.
Non ebbi il coraggio di guardarlo ma notai le mani, grandi e pelose e curatissime. Le unghia tagliate al punto giusto, il colorito roseo e questi pollici lunghi e corposi che terresti volentieri in una mano come le bambine fanno quando vanno in giro col proprio padre.
Si accorse sicuramente dei miei pensieri, si abbasso alla mia altezza e mi guardò negli occhi.
- Lei deve essere la signorina Pietrini
- Si
- Sa perché il Dott. Amati l'ha mandata da me?
- Credo per il mio peso
- Forse, purtroppo non siamo tutti uguali e i dottori dovrebbero imparare a conoscere più le persone che le malattie.
La frase mi colpì. Non fu un monito e ne una rassicurazione. Iniziò con un'autoaccusa.
- Perché mi dice questo, forse non mi vuole dire che non ci sono speranze.
- Tutt'altro ce ne sono molte di speranze ma a nulla servirebbe se non individuassi nemmeno una. E' possibile che io non le possa essere d'aiuto. A meno che...
- A meno che?
- Se lei m'indicasse la via.
- E' lei il dottore come potrei io sono un'estetista
- Estetista? Questo Carlo non me l'aveva detto.
- Fa differenza?
- No, parlavo per me, ci tengo a non fare brutta figura con le mie pazienti. Chissà cos'avrà pensato delle mie mani.
- Veramente le ho viste molto curate.
- Ci tiene a se stessa signorina Nadia...
Entrò nella mia anima, scavalcando il cancello, rimasi sorpresa come la vista di una persona in casa appena uscita dalla doccia.
Ci fu una lunga pausa ma non mi venne nulla da dire e quel non trovare delle motivazioni in realtà parlava di me meglio di un libro autobiografico.