Semplicemente Giuseppina.

Veni, vidi, vinci. E dopo aver dato ascolto alla mia stupidità ora so di essere stupida se voglio ma ormai ci convivo. Semplicemente Giuseppina.
domenica, 16 aprile 2006

Gli italiani, molti italiani, pur di risparmiare qualche centesimo di ICI ci volevano vendere a Berlusconi. Ci erano quasi riusciti... spero.

Dal canto suo Berlusconi Silvio dimostra sempre di più che per lui "Cummannari è meglio di fotturi" infatti la moglie bella se l'è sposato non per farsela ma solo per una banale operazione d'immagine.

Da La Repubblica.it

IL COMMENTO
La metà d'Italia s'è turata il naso
di EUGENIO SCALFARI

"Mi dici che loro ti odiano? ma che significa "loro"? Ognuno ti odia in modo diverso e stai pur certo che tra loro c'è chi ti ama. La grammatica con i suoi giochi di prestigio sa trasformare una moltitudine di individui in un'unica entità, in un unico soggetto, che si chiama "noi" o "loro" ma che non esiste in quanto realtà concreta".
(Milan Kundera, Il Sipario)

La questione di base è la spaccatura dell'Italia in due. Numericamente le due metà coincidono e sono, al fondo delle cose, l'una contro l'altra armate (metaforicamente s'intende, o almeno si spera). Ma sarebbe un gravissimo errore pensare che da una parte (la propria) ci sia il male e dall'altra il bene, due categorie che sono invece tipicamente trasversali perfino all'interno di ciascun individuo e figurarsi all'interno d'una società complessa ed evoluta.
Un lettore ci ha scritto nei giorni scorsi: "Sono abbastanza colto, ho letto più o meno gli stessi libri e ascoltato le stesse musiche dei miei amici di sinistra (ne ho più d'uno), viaggio all'estero per lavoro e per diporto; insomma sono un italiano come milioni di altri, ma non ho mai votato e mai voterò per la sinistra. Non mi appartiene e non le appartengo. Non so spiegare perché ma questo è il mio modo di sentire".

Ebbene, non è un caso sporadico quello del nostro lettore, anzi è molto diffuso tra le due inconciliabili metà della mela italiana, il che rende assai difficile governare questo nostro Paese. In alcuni periodi della nostra storia la contrapposizione frontale tra le due metà è sembrata attenuarsi se non proprio scomparire, ma è stato sempre un fenomeno di superficie. Bastava che emergesse un qualche tribuno eloquente o meglio ancora tonitruante, un qualche demagogo capace di risvegliare il virus latente e talvolta letargico annidato nel nostro organismo sociale, un qualche visionario furbo quanto basta per volgere a proprio vantaggio il disprezzo italiano contro tutto ciò che puzza di regole; bastava questo perché il virus annidato e dormiente riprendesse il suo vigore e le antiche divisioni il loro sopravvento.

 

Non a caso fu detto che il nostro è sempre il Paese dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei capitalisti. Per andare alla storia recente, è stato il Paese dei repubblicani e dei monarchici nel '46, dei democristiani e del fronte popolare nel '48 con una campagna elettorale da far impallidire quella feroce testé conclusa. Perciò non è una novità la spaccatura del corpo elettorale e la reciproca incomunicabilità. Ne volete un esempio ancora fresco? Prendete Ugo La Malfa. Quando morì, nel 1978, tutti lo piansero e lo rimpiansero ma finché visse furono solo quattro gatti a dargli attenzione e consenso. Aveva una tempra morale di rara solidità, un impegno politico superiore e una visione concreta e lungimirante del bene comune, ma aveva un difetto gravissimo: voleva cavalcare la linea di confine tra le due Italie, dichiarava una duplice contemporanea appartenenza, alla sinistra e al libero mercato capitalistico.

E poiché vedeva le insufficienze di entrambi i campi, voleva riformarli tutti e due non perché dovessero procedere a braccetto ma perché potessero confrontarsi al più alto livello scambiandosi il meglio e scartando il peggio di ciascuno. Difetto imperdonabile voler camminare sul muro di confine irto di cocci di bottiglia, come ha scritto Montale in uno dei suoi "ossi di seppia". Per La Malfa quel difetto era la sua virtù e non una disponibilità al compromesso, ma la vocazione riformatrice di modernizzare il Paese tenendo strettamente unite insieme la giustizia e la libertà.
Lo seguirono in pochissimi. Solo dopo la sua morte si sono resi conto che era uno dei padri della patria. Ne abbiamo così pochi...

Queste elezioni - sento dire - hanno riproposto l'esistenza d'una questione settentrionale. Infatti la destra, o meglio il berlusconismo, ha riconquistato il Nord. Lì si era manifestato con più evidenza il disincanto: tasse rimaste esose nonostante le promesse, crescita zero (per cinque anni l'incremento del Pil più basso d'Europa), consumi stagnanti, esportazioni in calo, investimenti fermi. La grande industria del nordovest (quel che ne restava) in perdita netta di velocità; i "piccoli" del nordest in crisi dopo vent'anni vincenti; le partite Iva in difficoltà, il ceto medio preso dall'incubo d'impoverimento. Ma ecco il miracolo: negli ultimi tre mesi di campagna elettorale il Cavaliere di Arcore ha risvegliato il virus della paura dei bolscevichi, degli statalisti, della burocrazia oppressiva, delle tasse "à gogo".

La gente "produttiva" cui si rivolgeva sapeva benissimo che lui la burocrazia l'aveva mantenuta come prima e peggio poiché a quella statale aveva aggiunto quella regionale (che sarà triplicata se il prossimo referendum non cancellerà la riforma denominata "devolution"); sapeva che aveva dilapidato il bilancio e che la spesa era aumentata di 2 punti e mezzo di Pil, pari a 45 miliardi di euro senza darci nessuna opera pubblica in più, nessuna sicurezza in più, nessun miglioramento nei servizi della scuola, della sanità, della giustizia. La gente "produttiva" del Nord sapeva che la pressione fiscale in cinque anni era diminuita soltanto dello 0,7 per cento, poco più dello 0,1 l'anno, cioè nulla.

Ma si è spaventata. Turandosi il naso è tornata a votarlo. Poteva forse votare per i comunisti? Poteva rischiare di mettersi in mano dei tassatori di professione? Non poteva. Non ha varcato la linea di confine. Non si è fidata. Non è rimasta nemmeno a casa. Un milione di indecisi ha deciso di rivotarlo l'ultima settimana, dopo l'annuncio che avrebbe abolito l'Ici. Sapete chi aveva preparato un progetto di legge tre anni fa sull'abolizione dell'Ici? Rifondazione comunista. Non lo sapevate? Incredibile non è vero? Eppure è così. Perfino Visco, sì, proprio Visco, quello che se potesse tassare l'aria che si respira sarebbe al colmo dell'allegria (così lo descrivono a destra), si proponeva di abolire l'Ici.

Naturalmente, in un'economia stagnante se si abbuona un'imposta bisogna trovare altrove le risorse per sostituirla. Oppure si manda in deficit il bilancio e si fanno debiti. Questo la gente "produttiva" lo sa e sa anche che è un gioco che non può andare avanti all'infinito. Infatti per l'Italia non funziona più. Però gli hanno creduto e l'hanno rivotato. Adesso forse si stanno accorgendo che, pur di restare al potere, preferirebbe vedere le piazze in rivolta. Non credo che lo seguirebbero. Va bene abolire l'Ici, ma la guerra civile, quella no. Ma è vero che esiste una questione settentrionale. Non l'ha inventata Berlusconi, ma c'è, c'è da tempo. Fu Bossi a scoprirne l'esistenza una ventina d'anni fa. Purtroppo ne dette una versione estremista e folcloristica, non capì qual era la natura di quella questione. La natura consiste nella perdita di competitività. Nella scarsa innovazione. Nella bassa produttività.

La Confindustria conosceva questa situazione. Ci fece, proprio su questo tema, il convegno di Parma, quello famoso del 2001, nel quale il candidato Berlusconi fu acclamato quando disse: "Il vostro programma è il mio programma" e giù a spellarsi le mani con il presidente D'Amato a dirigere l'entusiasmo generale mentre il candidato Rutelli fu accolto nel silenzio punteggiato di fischi. Che cosa voleva la Confindustria di D'Amato? Riacquistare competitività per l'economia, far crescere le dimensioni delle piccole imprese, uscire dal perimetro familiare. Portarle alla Borsa o almeno nei circuiti superiori del credito bancario. "E' il mio programma" disse il candidato Berlusconi, che ha governato cinque anni con una maggioranza parlamentare di cento deputati e col 30 per cento di voti concentrati sul suo partito.

Cinque anni dopo le dimensioni medie delle imprese non sono aumentate ma addirittura diminuite, siamo a un dipendente e mezzo per azienda. Gli investimenti in ricerca scientifica in termini di Pil sono diminuiti al più basso livello europeo, la competitività del sistema Italia è scesa da quota 27 a quota 43; il passante di Mestre è ancora nel regno dei sogni sebbene la provvista dei fondi necessari fosse stata già assegnata ai tempi del governo D'Alema. Nel frattempo i "furboni del quartierone" hanno prosperato, la finanza ha sostituito l'impresa e il capitale speculativo esentasse ha generato altrettanto capitale speculativo con multipli di dieci se non di cento. Nello spazio di settimane si sono accumulate fortune.

Ma non si tratta di quella decina di ormai ultranoti con altrettante frequentazioni politiche e finanziarie che vanno da Dell'Utri a Grillo; sono molti ma molti di più ad essersi pluri-arricchiti nella nobile arte del denaro che crea denaro esentasse. Però è bastato che Prodi dichiarasse di volerli tassare per far decidere gli indecisi a muoversi. Eppure tutto ciò gli era ben chiaro, è materia loro, è loro esperienza d'ogni giorno, ci si arrovellano su quegli arricchimenti speculativi senza fatica né sudore della fronte. Ciò malgrado l'hanno votato. Al concorrente hanno detto: no, tu no. Ma perché? Perché no.

Io una risposta ce l'ho. L'ho già scritta una settimana fa quando stavamo andando a votare e non si sapeva ancora come sarebbe finita. La mia risposta è questa: metà dell'Italia e forse anche più non si fida dello Stato. Quella è la vera questione di questo paese: non è la questione settentrionale e neppure quella meridionale, ma è la questione dello Stato. Gli italiani non se ne fidano. Invece gli inglesi sì, i francesi sì, gli scandinavi sì, i tedeschi sì e anche gli olandesi, anche i belgi, anche gli austriaci. Del loro Stato si fidano. "My country". In Gran Bretagna, che è il paese più liberale del mondo, i cittadini si chiamano sudditi tanto è il rispetto che hanno del loro Stato.

Di quale nazionalità sei? Ti rispondono: Sono suddito inglese. Con orgoglio. Nello stesso modo, con lo steso orgoglio, un francese ti risponde che è cittadino francese. Da noi non si usa, perché siamo stati per secoli colonia. Vice-reame. Principato tributario dell'Impero. Oppure del re di Francia. Oppure del re di Spagna. Oppure pedina e base della flotta inglese. Oppure il Papa, ma quella è un'altra faccenda ancora più complicata. Lo Stato è il protagonista negativo della nostra storia nazionale. Lui ti vuole fregare e tu lo devi fregare. Cercherai di ottenerne qualche favore, piccolo o grande che sia, ma non ti impegnerai mai con lui, ti impegnerai con chi cercherà di farti avere quel favore e tu apparterrai a lui. Farai parte della sua clientela. Innalzerai la sua bandiera. Non per scelta politica ma per fedeltà alla persona. Eventualmente mascherata da ideologia.

In un'intervista di pochi giorni fa il presidente del Censis, De Rita, ha detto che in Italia non si può fare un programma valido per l'intera nazione ma bisogna modularlo sul territorio. In buona parte De Rita ha ragione. L'ispirazione, la tonalità di un programma deve avere valenza nazionale, ma le diagnostiche e la terapia debbono essere modulate per territorio. Penso che questo farà Prodi. La sua coalizione politica è fragile ma la sua alleanza sociale potrà essere fortissima se sarà capace di incontrare e parlare con le forze sociali rappresentative del territorio. Nessuno può farlo meglio di lui.

Sul territorio il manicheismo attecchisce molto meno. Il famoso confine tra le due Italie sbiadisce. Il sindaco di Bologna è di sinistra, eccome se lo è, ma quel confine l'ha fatto scavallare con i fatti e i comportamenti. Ciampi ha dato l'esempio. Unità, Costituzione e l'Inno di Mameli. Sembravano fisime del vecchio nonno del Quirinale, invece contenevano qualche cosa di più d'un messaggio; contenevano una propedeutica, la vocazione al dialogo nel rispetto fermo delle convinzioni proprie ma anche di quelle altrui. Forse, mentre il Presidente degli italiani, ha irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma che tutti sarebbero lieti di dargli, è venuto il momento di mettere in pratica i suoi insegnamenti: ci sono regole e norme che vanno rispettate, ci sono doveri che vanno adempiuti e diritti che vanno riconosciuti, ci sono prepotenze che non possono essere tollerate. La democrazia non è la corte dei miracoli ma un esercizio paziente in cui non esiste il figlio del professionista diverso da quello dell'operaio, ma tutti debbono avere eguali opportunità di costruirsi una vita e un destino.

Non a caso fu detto che il nostro è sempre il Paese dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei capitalisti. Per andare alla storia recente, è stato il Paese dei repubblicani e dei monarchici nel '46, dei democristiani e del fronte popolare nel '48 con una campagna elettorale da far impallidire quella feroce testé conclusa. Perciò non è una novità la spaccatura del corpo elettorale e la reciproca incomunicabilità. Ne volete un esempio ancora fresco? Prendete Ugo La Malfa. Quando morì, nel 1978, tutti lo piansero e lo rimpiansero ma finché visse furono solo quattro gatti a dargli attenzione e consenso. Aveva una tempra morale di rara solidità, un impegno politico superiore e una visione concreta e lungimirante del bene comune, ma aveva un difetto gravissimo: voleva cavalcare la linea di confine tra le due Italie, dichiarava una duplice contemporanea appartenenza, alla sinistra e al libero mercato capitalistico. E poiché vedeva le insufficienze di entrambi i campi, voleva riformarli tutti e due non perché dovessero procedere a braccetto ma perché potessero confrontarsi al più alto livello scambiandosi il meglio e scartando il peggio di ciascuno. Difetto imperdonabile voler camminare sul muro di confine irto di cocci di bottiglia, come ha scritto Montale in uno dei suoi "ossi di seppia". Per La Malfa quel difetto era la sua virtù e non una disponibilità al compromesso, ma la vocazione riformatrice di modernizzare il Paese tenendo strettamente unite insieme la giustizia e la libertà. Lo seguirono in pochissimi. Solo dopo la sua morte si sono resi conto che era uno dei padri della patria. Ne abbiamo così pochi... Queste elezioni - sento dire - hanno riproposto l'esistenza d'una questione settentrionale. Infatti la destra, o meglio il berlusconismo, ha riconquistato il Nord. Lì si era manifestato con più evidenza il disincanto: tasse rimaste esose nonostante le promesse, crescita zero (per cinque anni l'incremento del Pil più basso d'Europa), consumi stagnanti, esportazioni in calo, investimenti fermi. La grande industria del nordovest (quel che ne restava) in perdita netta di velocità; i "piccoli" del nordest in crisi dopo vent'anni vincenti; le partite Iva in difficoltà, il ceto medio preso dall'incubo d'impoverimento. Ma ecco il miracolo: negli ultimi tre mesi di campagna elettorale il Cavaliere di Arcore ha risvegliato il virus della paura dei bolscevichi, degli statalisti, della burocrazia oppressiva, delle tasse "à gogo". La gente "produttiva" cui si rivolgeva sapeva benissimo che lui la burocrazia l'aveva mantenuta come prima e peggio poiché a quella statale aveva aggiunto quella regionale (che sarà triplicata se il prossimo referendum non cancellerà la riforma denominata "devolution"); sapeva che aveva dilapidato il bilancio e che la spesa era aumentata di 2 punti e mezzo di Pil, pari a 45 miliardi di euro senza darci nessuna opera pubblica in più, nessuna sicurezza in più, nessun miglioramento nei servizi della scuola, della sanità, della giustizia. La gente "produttiva" del Nord sapeva che la pressione fiscale in cinque anni era diminuita soltanto dello 0,7 per cento, poco più dello 0,1 l'anno, cioè nulla. Ma si è spaventata. Turandosi il naso è tornata a votarlo. Poteva forse votare per i comunisti? Poteva rischiare di mettersi in mano dei tassatori di professione? Non poteva. Non ha varcato la linea di confine. Non si è fidata. Non è rimasta nemmeno a casa. Un milione di indecisi ha deciso di rivotarlo l'ultima settimana, dopo l'annuncio che avrebbe abolito l'Ici. Sapete chi aveva preparato un progetto di legge tre anni fa sull'abolizione dell'Ici? Rifondazione comunista. Non lo sapevate? Incredibile non è vero? Eppure è così. Perfino Visco, sì, proprio Visco, quello che se potesse tassare l'aria che si respira sarebbe al colmo dell'allegria (così lo descrivono a destra), si proponeva di abolire l'Ici. Naturalmente, in un'economia stagnante se si abbuona un'imposta bisogna trovare altrove le risorse per sostituirla. Oppure si manda in deficit il bilancio e si fanno debiti. Questo la gente "produttiva" lo sa e sa anche che è un gioco che non può andare avanti all'infinito. Infatti per l'Italia non funziona più. Però gli hanno creduto e l'hanno rivotato. Adesso forse si stanno accorgendo che, pur di restare al potere, preferirebbe vedere le piazze in rivolta. Non credo che lo seguirebbero. Va bene abolire l'Ici, ma la guerra civile, quella no. Ma è vero che esiste una questione settentrionale. Non l'ha inventata Berlusconi, ma c'è, c'è da tempo. Fu Bossi a scoprirne l'esistenza una ventina d'anni fa. Purtroppo ne dette una versione estremista e folcloristica, non capì qual era la natura di quella questione. La natura consiste nella perdita di competitività. Nella scarsa innovazione. Nella bassa produttività. La Confindustria conosceva questa situazione. Ci fece, proprio su questo tema, il convegno di Parma, quello famoso del 2001, nel quale il candidato Berlusconi fu acclamato quando disse: "Il vostro programma è il mio programma" e giù a spellarsi le mani con il presidente D'Amato a dirigere l'entusiasmo generale mentre il candidato Rutelli fu accolto nel silenzio punteggiato di fischi. Che cosa voleva la Confindustria di D'Amato? Riacquistare competitività per l'economia, far crescere le dimensioni delle piccole imprese, uscire dal perimetro familiare. Portarle alla Borsa o almeno nei circuiti superiori del credito bancario. "E' il mio programma" disse il candidato Berlusconi, che ha governato cinque anni con una maggioranza parlamentare di cento deputati e col 30 per cento di voti concentrati sul suo partito. Cinque anni dopo le dimensioni medie delle imprese non sono aumentate ma addirittura diminuite, siamo a un dipendente e mezzo per azienda. Gli investimenti in ricerca scientifica in termini di Pil sono diminuiti al più basso livello europeo, la competitività del sistema Italia è scesa da quota 27 a quota 43; il passante di Mestre è ancora nel regno dei sogni sebbene la provvista dei fondi necessari fosse stata già assegnata ai tempi del governo D'Alema. Nel frattempo i "furboni del quartierone" hanno prosperato, la finanza ha sostituito l'impresa e il capitale speculativo esentasse ha generato altrettanto capitale speculativo con multipli di dieci se non di cento. Nello spazio di settimane si sono accumulate fortune. Ma non si tratta di quella decina di ormai ultranoti con altrettante frequentazioni politiche e finanziarie che vanno da Dell'Utri a Grillo; sono molti ma molti di più ad essersi pluri-arricchiti nella nobile arte del denaro che crea denaro esentasse. Però è bastato che Prodi dichiarasse di volerli tassare per far decidere gli indecisi a muoversi. Eppure tutto ciò gli era ben chiaro, è materia loro, è loro esperienza d'ogni giorno, ci si arrovellano su quegli arricchimenti speculativi senza fatica né sudore della fronte. Ciò malgrado l'hanno votato. Al concorrente hanno detto: no, tu no. Ma perché? Perché no. Io una risposta ce l'ho. L'ho già scritta una settimana fa quando stavamo andando a votare e non si sapeva ancora come sarebbe finita. La mia risposta è questa: metà dell'Italia e forse anche più non si fida dello Stato. Quella è la vera questione di questo paese: non è la questione settentrionale e neppure quella meridionale, ma è la questione dello Stato. Gli italiani non se ne fidano. Invece gli inglesi sì, i francesi sì, gli scandinavi sì, i tedeschi sì e anche gli olandesi, anche i belgi, anche gli austriaci. Del loro Stato si fidano. "My country". In Gran Bretagna, che è il paese più liberale del mondo, i cittadini si chiamano sudditi tanto è il rispetto che hanno del loro Stato. Di quale nazionalità sei? Ti rispondono: Sono suddito inglese. Con orgoglio. Nello stesso modo, con lo steso orgoglio, un francese ti risponde che è cittadino francese. Da noi non si usa, perché siamo stati per secoli colonia. Vice-reame. Principato tributario dell'Impero. Oppure del re di Francia. Oppure del re di Spagna. Oppure pedina e base della flotta inglese. Oppure il Papa, ma quella è un'altra faccenda ancora più complicata. Lo Stato è il protagonista negativo della nostra storia nazionale. Lui ti vuole fregare e tu lo devi fregare. Cercherai di ottenerne qualche favore, piccolo o grande che sia, ma non ti impegnerai mai con lui, ti impegnerai con chi cercherà di farti avere quel favore e tu apparterrai a lui. Farai parte della sua clientela. Innalzerai la sua bandiera. Non per scelta politica ma per fedeltà alla persona. Eventualmente mascherata da ideologia. In un'intervista di pochi giorni fa il presidente del Censis, De Rita, ha detto che in Italia non si può fare un programma valido per l'intera nazione ma bisogna modularlo sul territorio. In buona parte De Rita ha ragione. L'ispirazione, la tonalità di un programma deve avere valenza nazionale, ma le diagnostiche e la terapia debbono essere modulate per territorio. Penso che questo farà Prodi. La sua coalizione politica è fragile ma la sua alleanza sociale potrà essere fortissima se sarà capace di incontrare e parlare con le forze sociali rappresentative del territorio. Nessuno può farlo meglio di lui. Sul territorio il manicheismo attecchisce molto meno. Il famoso confine tra le due Italie sbiadisce. Il sindaco di Bologna è di sinistra, eccome se lo è, ma quel confine l'ha fatto scavallare con i fatti e i comportamenti. Ciampi ha dato l'esempio. Unità, Costituzione e l'Inno di Mameli. Sembravano fisime del vecchio nonno del Quirinale, invece contenevano qualche cosa di più d'un messaggio; contenevano una propedeutica, la vocazione al dialogo nel rispetto fermo delle convinzioni proprie ma anche di quelle altrui. Forse, mentre il Presidente degli italiani, ha irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma che tutti sarebbero lieti di dargli, è venuto il momento di mettere in pratica i suoi insegnamenti: ci sono regole e norme che vanno rispettate, ci sono doveri che vanno adempiuti e diritti che vanno riconosciuti, ci sono prepotenze che non possono essere tollerate. La democrazia non è la corte dei miracoli ma un esercizio paziente in cui non esiste il figlio del professionista diverso da quello dell'operaio, ma tutti debbono avere eguali opportunità di costruirsi una vita e un destino.
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sabato, 01 aprile 2006

Come posso dirti che non è vero che lascerò mia moglie, non potrò mai lasciare i miei figli anche se con lei è tutto finito. Viviamo come fratelli, separati in casa.

T'immagino tu a casa che con una candela accesa e il nostro disco mentre prepari la mia seconda cena in attesa che io ti comunichi che ho detto a lei di noi, non lo farò, e mentre mia moglie pensa che va tutto bene mi guarda un po' perplessa ma continua a chiedermi se voglio questo o voglio quest'altro.

Due donne, due vite, due case, due abitudini diverse, due regali, due scuse, due uscite dalla porta senza salutare... sono stanco ma non ho il coraggio di fermarmi. Voi siete le mie donne e non saprei nemmeno dirvi cosa mi piace dell'una o dell'altra, non è una questione di responsabilità, mia moglie si è presa tutte le incombenze familiari che io non ho mai accettato completamente. Mi sento un uomo inutile e nello stesso tempo combatto e vivo una vita tra mistero e realtà anche se sarebbe più giusto dire: tra illusione e critica.

Mi aggiro di notte in cerca di un tabaccaio ancora aperto, lo so, è Giovanni, lui è sempre aperto ma non ci vado, voglio un altro tabaccaio, lo cerco come se in questo turbine di semafori, luci sfumate dalla pioggia e sensi unici possa ritrovare intuitivamente una soluzione al mio dilemma. Una soluzione diversa, risolutiva.

Chi l'avrebbe mai detto penso ingranando la prima al passaggio di un uomo col suo cane, forse lui sta meglio di me è solo ma ha un affetto vero, giro il manubrio con una breve accelerazione e aggiungo che nessuno dovrebbe amare veramente perché l'amore c'è al di fuori delle nostre scelte umane.

Non si può scegliere e volere al contempo una vita d'amore, l'amore significa rinunciare alla compagnia, all'affetto, alla costruzione di un qualcosa, è abbandono, è dolore, è vivere e quindi è soprattutto rischiare.

Già, questo è il bar dove ci siamo conosciuti, vorrei scendere, forse un caffé mi farebbe bene. Mi fermo, scendo senza risparmiarmi dall'acqua ed entro per ritrovare il punto di partenza, il nesso che mi ha portato quel giorno in questa situazione balorda, è la vita che si prende gioco di me senza dubbio.

Purtroppo non c'è nessuno oltre il barista che mi guarda e forse mi ha anche riconosciuto ma chi fa il mestiere che fa lui è uno che sa tutto e tace, non giudica perché distingue le persone che sanno come sorseggiare un caffé e riconoscere che magari quel giorno l'umidità ha fatto bruciare la miscela e in base a questo decide di chi avere stima. Non importa se sono un cornuto o se le corna le faccio portare, è solo una questione di stile, stile che si denota dal fatto che nella tazzina tu non metti zucchero e che prima di sorseggiarlo lo giri appena con il cucchiaino.

Faccio così, bevo quell'intruglio nero di bevanda al caffé amara come il fiele ma perlomeno avrò ricevuto il consenso di qualcuno, ecco, mi torna in mente l'uomo con il cane, siamo uguali, non rischiamo. Il barista mi toglie il piattino non appena mi volto a guardare fuori. Bastardo, conosce bene la mia condizione, chissà quanti ne avrà visti nella sua carriera di gente come me. Uscirei ma il temporale è al suo culmine ed io mi trovo ancora in trappola.

Potrei andare all'estero, nelle mie condizioni si possono fare anche mille chilometri in un giorno soltanto, potrei arrivare in Francia, in Spagna e perché no conforndermi tra la gente in Portogallo. Bello il Portogallo, il Minho, le sardine arrosto, il riso e il baccalà cucinato divinamente.

Cazzo! Che ci sto a fare ancora con questo tizio qui meglio andare in macchina, accenderò l'aria calda e al diavolo giacche bagnate portate in lavanderia di nascosto. Per questa notte non voglio andare da nessuna delle due, me ne andrò da Andrea, lui si che ha capito tutto, si fa chi gli pare e le donne con lui sono sempre gentili, alle donne piace essere prese nel posto giusto. Si, si Andrea, stanotte andrò a dormire da Andrea.

postato da Giuseppina alle ore 22:05 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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Blogger: Giuseppina
La semplicità Siamo infondo soltanto mezzi di pensiero che funzionano con meccanismi diversi. Le emozioni servono a difenderle dall'apatia, dalle confusioni e dalle farneticazioni, ti senti male quando vuoi funzionare diversamente. Deleterie sono le persone che lo ignorano perché ti faranno del male senza accorgesene. Tu vai dritta per la tua strada e perdonati, al mondo non ci sarà mai nessuno che ubriaco potrà stare in equilibio su di un piede solo. Nemmeno tu. Non bere e non amare per essere amata.


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