Semplicemente Giuseppina.

Pensavo che imparare a vivere, a relazionarsi e a realizzarsi sarebbe servito a qualcosa. Mentre il motivo di tanta sofferenza è sapere di vedere in un mondo di ciechi, aprire la bocca per parlare soltanto una lingua sconosciuta. Non mi sento del mio tempo, non mi sento della mia età, non mi sento una coscienza comune. Se Picasso nella sua evoluzione ambiva a dipingere come un bambino, io mi accontenterei di diventare semplice. Semplicemente Giuseppina.
mercoledì, 14 maggio 2008

La mia fragilità


Indietro non si può tornare, è tutto arido, non ho più voglia di lavorare quella terra così dura che però mi ha dato dei frutti. Li lascerò attaccati all'albero, anche se allontanandomi ho incontrato i miei limiti, oltre c'è lo strapionbo, ho bisogno di fiducia nel cambiamento. Ho paura d'incontrare i miei simili dopo aver vissuto la metà della mia vita con gli extraterrestri. Penso. In effetti sarebbe meglio tornare indietro e sedermi sotto quell'albero in attesa che i frutti divengano maturi ma poi so che sotto quel sole cocente io m'inasprirò perdendo quell'immagine originaria così duramente mantenuta nonostante le difficoltà della vita.


C'è un momento della vita in cui ci si vede davanti la spaccatura, tanto larga quante sono le volte che abbiamo insabbiato vecchi dolori per la pigrizia di aspettare che le sofferenze finiscano da sole.


Vedo la mia fragilità in tutta la sua bellezza. Sono davanti a questo specchio che quell'immagine spaventosa mi aveva fatto fuggire troppe volte. Non potevo accettare la mia vera natura. Ed ogni volta che mi sono avvicinata a me poi mi sono nascosta dentro un uomo. Ed ecco scoperto l'arcano: per tutti questi anni ho pensato che non era possibile vivere senza un padre che ti amasse per quella che eri, qualsiasi cosa fossi, lui era il mio eroe e sempre a lui ho voluto assomigliare. Di mio padre ho preso il meglio e ho cambiato gli errori. Io sono meglio di mio padre. E' morto e ho creduto che l'uomo che seguì lui mi amasse come lui ma non era vero. Amava di me che io ero irraggiungibile. Come ho mostrato il mio amore lui è scomparso.


Poi ho scoperto che più grande dell'amore di mio padre non c'era un altro uomo ma i miei figli. Sono io che li amerò più di qualsiasi altra donna sulla terra. Ed è giusto così.


Ora però che mi sto avviando verso la chiusura del mio cerchio con dentro i due miei piccoli semi mi domando. Allora esiste l'amore tra due estranei?


Allora vi dico senza saperlo che... l'amore è


una presunzione che dura nel tempo, la certezza sta alla fine. Se vivi per vederla, allora preparati alle disillusioni e alle certezze di aver perso un amore per non averci creduto fino alla fine.


è legato sempre ad un bisogno. Più è elevato il bisogno (corpo, mente e anima) più grande è l'amore.


Più grande è il desiderio e meno si vede l'oggetto dei tuoi desideri.


Colui che si lamenta della fine dell'amore è il primo che o ha smesso di amare o non ha mai amato e si è stancato di te.


Chi ama chiede, sempre. Lo fa per agevolare la sua voglia di dare. Ma chi chiede è perchè vuole perdere tempo nel frattempo pensa a cosa dare.


Continua...


Pensiero di chiusura


Ero lì a pensare che la fragilità fosse un vuoto nella quale si poteva cadere, poi sei arrivato tu raggio di sole che mi hai voluto bene senza conoscermi e che mi sopporti senza ricevere niente.


Eppoi dicono che non è possibile camminare su di un arcobaleno. Grazie.

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giovedì, 24 gennaio 2008

Caro uomo perduto,


c'era un tempo in cui la mascolinità in voi aveva un valore, un senso e s'incastrava nel disegno più grande di una natura perfetta.


Ho speso i miei primi quasi quarantanni a pagare le conseguenze delle vostre presunzioni di sapere, vi vedo in tutta la vostra bellezza che ormai non macina più nessuna sensazione nella mia anima solitaria.


Ho capito che non sono stata io a perdervi ma siete voi che vi siete persi. Credevo di morire nella solitudine ma le vendette che ho evitato di fare mi hanno dato la possibilità di vedere una mascolinità nuova che in alcuni ho visto, che non sono miei e che non lo saranno mai. Hanno deciso comunque di sorreggermi al peso di questa nuova realtà e che insieme faremo capire a chi non lo sa tutto ciò che si sono persi, aiutandoli ad accettarsi nella loro vera natura e non nella moda che li vuole così.


Basta guerre, io non risponderò più alle provocazioni, ho bisogno di stare insieme all'altra metà del mio cielo e lo farò smettendo di salvare i galletti dal pollaio e i pulcini dalle chioccie. Forse siete contenti di starci e forse non è una colpa.


La consapevolezza della propria natura senza l'educazione non permette di godersi appieno le gioie della prima.


L'educazione senza la consapevolezza della propria natura non è duraturo.




 




 




 

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venerdì, 18 gennaio 2008

Il graffio della tigre.




Avevo ricontrollato, le catene erano al loro posto, i lucchetti chiusi, le sbarre erano ancora forti e inossidabili. Non bastarono gli attacchi che soventemente marcivano la solidità di questa prigione. Dopo. Ci fu la sorveglianza, la guardavo al suo interno, mentre si aggirava nervosa percorrere in tondo tutto il perimetro, a volte si sentivano dei suoni, ma i suoi passi erano silenziosi di chi sa che la fine di quello stato stava per accadere. Lo scricchiolio metallico mi suggerì che dovevo trattenere io con le mie mani, non doveva accadere, non poteva.




Un giorno, mancava poco a che l'allarme potesse rientrare, non ci furono avvisaglie, bastò una carezza per sciogliere ogni legame, le catene caddero a terra come serpenti morti, le sbarre piegarsi come fatti di burro, e lei, davanti a me, con lo sguardo fermo e fisso. Mi fece un ruggito, sapevo che non ce ne sarebbero stati altri, mi avrebbe azzannato senza più preavviso. Mi accostai accasciandomi su me stessa e la vidi partire, la tigre si era liberata, avrebbe fatto tutto senza il mio consenso e così fece.




La femminilità fece scempio di tutta la debolezza maschile che le viveva attorno. Inevitabile e dolorosa. Non gli permisi di farmi fuggire, non m'importa che si sente ferita, dobbiamo tornare insieme. La lascerò vivere liberamente l'istinto che ci guida ed io riprenderò a distanza ogni mio contatto con il mondo maschile, troppo sleale ancora per non permettere che questo risucceda una seconda volta.

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sabato, 05 gennaio 2008



Il silenzio assenza




 




Una giornata come le altre, sveglia, preparativi, supermercato e tante cose da fare. Bella la colazione, bello il viaggio di andata, bella l’entrata, bello sistemare il bambino nel baby parking con la promessa di un Happy meal. Bello incontrare vecchie amiche di scuola e quando lui capisce ed inizia da solo. Bellissimo ricordare i tempi della ragioneria, che ci si trova cresciuti, realizzati e poi che fa quello, ho visto quell’altro lo sai che… alla fine, li abbiamo nominati tutti e quelli non mensionati li ricordiamo bene anche se non si sapeva della loro attuale professione e della loro famiglia semmai si erano sposati o meno.




Lui, Fiore, non me lo ricordo. C’era un ragazzo timidissimo, abbiamo trascorso insieme gli ultimi tre anni. Ogni giorno, per cinque ore circa sei giorni la settimana. Le gioie, i dolori, i professori buoni e quelli cattivi. Gli scioperi, i compiti in classe e le interrogazioni.




Niente, la sua faccia, la sua voce, un episodio qualsiasi, niente, non ricordo niente di lui se non il suo cognome impresso nella mente: Fiore. Solo che era timidissimo. Scriveva molto piccolo. Questo. Poi basta.




Ad un certo punto, alla fine della scuola dopo le vacanze estive, seppi che era entrato in università. Di nuovo niente. Non tutti hanno la stessa dimensione nella mia memoria, qualche professore se vogliamo devo essermelo proprio dimenticato. Fiore di più, dopo la notizia della scelta dell’ateneo, non conservavo emozioni, cancellato prima che fu concluso l’anno del diploma.




Sono passati diciasette anni dal conseguimento dello stesso, non sono pochi, certo che però devo aver pensato anche solo una volta a tutti i miei compagni e nemmeno a dirlo lui un fiore in mezzo al cemento.




Quando ne vedi uno, non pensi che possa essere calpestato, anzi se noti una scarpa pesante piegarlo fino ad essere impresso sul suolo non ti vengono sentimenti ambientalisti. Pensi che quello non è il suo posto e che non si deve lamentare se nessuno lo nota.




Anche il più bel fiore nato stranamente tra le rovine di una civiltà fatte di cose dure e inanimate non viene valorizzato. Lo vedi certo e ne noti l’anomalia, ma non lo fotografi e non pensi a raccoglierlo, non lo eviti se intralcia il tuo cammino e soprattutto non ne conservi l’immagine nella memoria in quanto non desta emozione ma solo un particolare stonato del contesto che stai vivendo.




Fiore,




non sono stati anni molto facili per me quelli. Anche a me tutta quella bravura in classe portava scompiglio nel delicato equilibrio da adolescente. Mi ha salvata questa spiccata propensione per i ragionamenti matematici, mi piacevano le cose complicate, mi piaceva vincere almeno in questo campo l’insicurezza della gioventù. La migliore avrebbe detto qualcuno.




Ognuno avevamo un genio in qualche campo, qualcuno sarebbe stato uno show man, altri professori ed altri bravi genitori, amici, ecc… Bastava che tu ti accorgessi invece di quanto era bella la tua timidezza e mentre scrivo le parole cominciano a disegnare nella mia memoria il tuo profilo. Le tue labbra carnose e rosse, i tuoi denti piccoli e bianchissimi, occhi neri e sguardo retroverso ma ugualmente affascinante.




Queste cose devo averle pensate qualche volta durante gli anni della scuola, ma tu non imponevi il tuo essere perché forse pensavi che non sarebbe piaciuto, mentre no, se mi avessi chiesto cosa pensavo di te, l’avrei detto. Avrei detto che mi piacevano le tue labbra, i tuoi denti e quello sguardo cadente. Anch’io mi vedevo brutta ma superai la paura con il coraggio di vedere se poi era così vero che le persone potevano occupare un posto superiore o inferiore rispetto ad un altro.




Mi chiedo a questo punto se anche tu hai fatto parte del gruppo dei ragazzi in bagno, a fumare le sigarette provenienti dallo stesso pacchetto a parlare di ragazze, dei loro attributi, e le fantasie erotiche che ti suscitavano.




Chissà se hai pensato a me nel letto con te, magari abbracciati, mentre baciandoti in continuazione ripetere di quanto mi piacevi e mi facevi sentire bene.




A quell’età ci sono troppe cose da fare, pensi che il coraggio si acquisti dimostrando qualcosa a qualcuno, verità che viene confutata in età adulta quando ripensi a tutte quelle preoccupazioni quasi con tenerezza.




Hai pensato che dovevi laurearti, che il cambiamento d’ambiente, ti avrebbe tolto quell’immagine di te invisibile. Potevi fare finta di essere sicuro e di poter sconfiggere quel muro che ti separava dal consenso altrui. Tutti però in quei cinque anni avevamo fatto finta di essere all’altezza e solo tu devi aver creduto in questa grossolana falsità.




Ma non siamo stati solo noi, anche i professori, fecero la loro parte. Elogiando i più bravi e non considerando gli altri perché non soddisfavano le aspettative del loro disegno grandioso e criminoso di formare dei vincenti. Dei numero uno.




Quelli veramente dotati, non si sentivano anch’essi, che la loro realizzazione poteva dipendere dall’ansia da prestazione dei nostri docenti, loro studiavano, riuscivano a ricordare ciò che leggevano e si esercitavano. Magari loro non avevano la nostra situazione familiare Fiore, ora ricordo anche il tuo nome, il nome di uno dei più grandi pittori dell’800.




Non so come si comportava con te tuo padre, se credeva in te e semmai ti abbia detto di essere orgoglioso della tua sensibilità qualche volta, questo campo nella misurazione dell’intelligenza non c’era e forse nemmeno adesso.




Forse avresti dovuto scegliere un altro ramo, magari artistico, anche se ricordo molto bene che l’unico diploma che ti permetteva di lavorare subito era quello e magari i tuoi genitori te lo hanno consigliato vivamente oppure nemmeno tu accettavi questo tuo pregio come tale.




L’università, che nei sogni di ragazzo, sono l’icona della libertà e della democrazia deve averti proprio deluso, credo che dovevi buttarti fra noi e cercarti una dimensione propria all’infuori della competizione scolastica. Ti avremmo preso sicuramente in giro ma avresti scoperto che tutto questo non faceva male come pensavi facesse nella tua mente, arrivati alla fine della scuola hai trovato un vuoto davanti a te, più lontano ma solcato dalla voragine immensa della disperazione, una sola corda appesa alla luna. Devi averci pensato tanto tempo prima di prendere la rincorsa e infilarti dentro quella corda che illusoriamente ti avrebbe portato dalla liberazione di quel senso di inferiorità che ti aveva indebolito l’anima.




La mattina, quando la decisione era stata presa, devi essere stato pervaso da una strana sensazione di benessere e di sicurezza mai provata prima. Ti sei posto davanti a quel baratro alto più o meno come una sedia ma che ai tuoi occhi doveva sembrare proprio profondo, poi ti sei legato la corda all’altezza della tua vita ed hai tentato di superare il tutto con un coraggio che non ti ha mai appartenuto ma che per una volta avevi sentito di avere e che per questo meritava di essere ascoltato.




Dopo di ciò non posso più immaginare cosa tu abbia visto, forse il buio o un tunnel con una luce accecante al suo finire così raccontano alcuni, sei stato insieme come in una festa di ragazzi ma la tua presenza non è stata notata ed alla fine sei uscito da quella porta dove eri rimasto per tutto il tempo. Hai deciso che non potevi venire a ballare al centro della pista insieme a noi, noi lì esorcizzavamo la paura di crescere.




Sei uscito da quella porta con una maniglia sola, lo volevi fare per cambiarti d’abito e sei rimasto solo. Sono tornata in mezzo a quella pista, il supermercato, ero triste ed ho cercato piaceri che non ho trovato, poi ho messo in ordine i miei pensieri ed ho visto dove sbagliavo, qualche telefonata senza motivo alle persone che amavo, qualche chiarimento e la giornata mi sembrò addirittura più leggera.




Sono uscita con gli amici, la serata era perfetta, avevo ciò che desideravo fino a quando per un solo secondo devo aver riflettuto, non potevo raccontarlo, loro non sapevano della tua esistenza e nemmeno della tua attuale assenza, ho cambiato umore e mi sono rattristata improvvisamente, mi hanno preso in giro tutta la serata ma non mi avevano offesa. Loro a differenza di me conoscono la mia sensibilità ma forse è proprio per questo che stasera sono qui.




 




Giuseppina

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categoria: ricordi


mercoledì, 02 gennaio 2008



Una donna allo specchio










Nella camera appena la luce d'insegne colorate, lei era lì, davanti all'armadio aperto a pensare che non ha mai niente che possa risaltare la sua bellezza. In realtà si meravigliava perché tutti la notassero.

Poi scelse un vestito, le disegnava i fianchi e un fermaglio legava la maglia tra i seni che s'intravedeva tra le pieghe. Pensò, forse così stasera non sarò più sola perché è questo che vogliono gli uomini, capire cosa c'è sotto il vestito.

Aveva imparato a ridere scioccamente di qualsiasi battuta le si facesse, fare intendere il piacere per il cucinare, essere allusiva, simpatica e anche intelligente ma usava quest'ultimo pregio solo con molta parsimonia.

Era bravissima a raccontare degli uomini che l'avevano lasciata, delle malattie d'amore che era stata costretta a superare perché quelli erano dei bruti che non sapevano come amare una donna.

Dolcezza, pazienza e alla fine anche un pizzico d'indifferenza nel lasciarsi guardare senza mai fare il primo passo.

Elena ebbe tanti uomini nella vita, non perdonò mai suo padre per le violenze subite e mai raccontate. Poi conobbe un uomo come tanti, Andrea piacevolmente soffiato ad una povera ragazza pulita ed ingenua, era speciale lui pensava, si sentiva sicuro di saper amare perché era riuscito a fermare la donna più desiderata in città.

Il giorno del matrimonio, semplice e anche un po' scarno, vide sua madre parlare fitto con il padre di Elena. Erano amanti e lei lo lasciò per sposare l'uomo che fu poi suo padre, era un violento e lei lo sapeva, anche la madre di Elena lo sapeva ma non ebbe il coraggio di proteggerla.

Andrea capì che di speciale aveva di essere stato strumento di salvezza di Elena, che ebbe una figlia, bellissima ed adorabile come lei da piccola, il nonno ebbe il barbaro coraggio di avvicinarsi anche a lei, questa volta però Elena lo denunciò e lo cacciò per sempre dalla sua vita e dal suo passato.

Il loro matrimonio durò per sempre, perché l'amore salva la vita, Andrea si accontentò di essere un uomo qualunque che si sentiva speciale per aver pagato alle donne degli uomini violenti una vanità che infondo non gli importava affatto. Elena e sua figlia erano con lui e questo era l'unica cosa vera.

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venerdì, 28 dicembre 2007

Quello che le coppie non dicono. Un amore al sugo di pomodorini e basilico.


Paola era cieca dalla nascita, nessun gioco di colori aveva popolato la sua infanzia, toccare era l’unico strumento con cui la ormai trentenne ragazza ebbe modo di conoscere il mondo.

Frequentava Giorgio da quasi un anno, lui la riempiva di descrizioni affinché non le mancasse quel contatto con le bellezze del mondo che a lui la vita non aveva precluso. Insieme però potevano fare tante cose, lei laureata in botanica, lui chef di un famoso ristorante del centro. A volte i suoi successi culinari li doveva a Paola che sapientemente le indicava le spezie più aromatizzanti, che molti non potevano conoscere in quanto lei solo le coltivava. I semi erano gelosamente raccolti dalle piante locali nei posti sperduti del mondo dove Giorgio amava andare.

I loro incontri erano fatti di ricette, lui era la mente lei il tocco magico. Ravioloni di ricotta di capra e senapelli al profumo di dragoncello, burro caldo profumato di menta. Ma anche fagiolata messicana con costine di maiale tagliati in piccoli pezzi dove Paola si sbizzarriva ad arricchire con le centinaia di specie di peperoncino che incorniciavano la sua abitazione.

Entrambi aspettavano con ansia il momento di sedersi a tavola, lei si sedeva accanto a lui e non di fronte perché a volte aveva bisogno del suo aiuto per non sporcarsi, specie per versarsi il vino di cui lui era esperto. Ne curava ogni minimo particolare: colore, annata, abbinamento ed essenza nel retrogusto, le aveva insegnato tutto delle viti, anche se lei ne conosceva gli aspetti organolettici, il vino per lui era qualcosa che trascendeva dalla sua qualità, era il sapore dell’appagamento, con altri si sarebbe accontentato della birra ma con Paola era diverso, non era lei come donna intanto a piacergli ma come il loro stare insieme toccava in lui i vari aspetti della sua vita e dei suoi bisogni.

Comunque era vero che mancava solo una cosa al loro rapporto, ma lui non gliene faceva una colpa, era talmente bello il quotidiano insieme a lei che avrebbe saputo aspettare.

Paola no, si nascondeva dietro mille particolari attenzioni nei suoi confronti, perché aveva paura di chiedergli che era pronta a donarsi, pensava, glielo chiederò diversamente. Voleva sfidare il senso visivo di Giorgio, più ancora della seduzione attraverso gli occhi degli uomini, immaginare come invitarlo cercando di attirare l’attenzione del suo sguardo, un vuoto nella sua mente che si faceva grande quando più le sue parole non erano capaci di esprimere la sua voglia di farsi concedere.

La sera lei faceva in modo di vestirsi come a lui piaceva, se ne accorgeva dalla lunghezza delle pause che Giorgio impiegava per salutarla, si comprava i capi da una sua amica, proprietaria di un negozio di abbigliamento, era molto brava ad interpretare le descrizioni accurate anche se a Paola mancava la concretezza fatti di tagli e di colori, in due cose era imbattibile uno era l'immaginazione e l'altra il tatto. Avrebbe riconosciuto una seta italiana da quelle orientali stringendo la stoffa con solo due dita e senza bisogno di strofinarle.

Un giorno si mise quello che per lei doveva essere il giusto rapporto tra la seduzione e la semplicità, era di seta lucida, della migliore qualità, cadeva sul suo corpo come indossato da una statua di Venere, molto semplice e di un blu indefinibile, si direbbe sul cobalto, quando aprì la porta quel saluto non tardò ad arrivare come a lei sarebbe piaciuto. Lei aveva dimenticato che il vero punto forte, era la scollatura posteriore che le scendeva fino in fondo dove appena s’intravedeva una graziosa farfallina di tulle nero bordati di rosso che caratterizzava l’intimo. Di fatti la delusione non tardò ad impossessarsi di lei che invece di farlo accomodare e poi chiudere la porta, fece per girarsi e lo abbandonò davanti l’entrata aperta con un passo che pareva non avere ostacoli davanti.

Giorgio ne rimase un po’ sorpreso ma nulla era a confronto della visione che gli si parò davanti. Un violino si sarebbe detto! Un violino con una stola cadente ai lati, degno di un quadro di De Chirico senza quell’atmosfera di desolazione. La falciata della sua camminata contrariata le inarcava la schiena mettendo in risalto la linea della schiena che si muoveva sinuosa in una danza ipnotizzante a cui Giorgio non aveva mai pensato.

Quella sera di fatti non fu uguale alle altre, il pensiero di entrambi non combaciava come al solito ed ognuno in assenza di un vero litigio si sforzò di nascondere i propri desideri in un normale menage di coppia. Si misero ai fornelli, l’una accanto all’altra, Giorgio dovette fare una forte resistenza quando lei le chiese di allacciarle il grembiule dietro quell’opera d’arte a cui lui non osava più pensare e che accuratamente evitava con lo sguardo. Paola, ogni volta che gliene offriva l’occasione lui prontamente con la sua inaccettabile galanteria la deludeva, fino a che quando si sedettero a tavola si accorsero entrambi che la loro cena era decisamente la peggiore di tutte.

Scontenti per i loro motivi più profondi il malcontento si allargò anche alle altre aree del loro mondo: la complicità, il gusto per le cose buone, l’ottimo vino, quel silenzio appagato che caratterizzava il loro rapporto da sempre.

Quel mutismo che non era silenzio si espanse nella cucina come un gas irrespirabile, entrambi volevano dire qualcosa e insieme temevano che quel qualcosa non poteva essere detto.

Paola tamburellava le punte delle dita, curatissime, sulla tovaglia di fiandra bianchissima, Giorgio passò all’azione sbrigando le faccende di pulizia dei piatti e della cucina.

La rabbia e la voglia crebbero insieme e lo si poteva notare dalla violenza in cui lei tamburellava le dita sul tavolo e lui spostava ogni cosa per pulirne anche gli angoli più nascosti meglio di una casalinga fissata. Si arrivò al punto che era lì in attesa di essere raggiunto, quando il tamburellamento cominciava a molestare la pace e le cose da lavare finirono inesorabilmente.

Qualcuno azzardò “Si è fatto tardi” ma nessuno sa chi fu il primo a dirlo o chi rispose “Si è fatto tardi infatti”. Paola si sciolse il fiocco del grembiule da sola, mentre Giorgio si apprestò altrettanto ad infilarsi il cappotto dimenticandosi della sciarpa bianca, quasi a voler lasciare appesa così un’ultima speranza. “Mi accompagni alla porta?” “Si eccomi metto il grembiule a posto ed arrivo”, lo fece con una lentezza tale che Giorgio si convinse che la serata ormai era persa e che non conveniva insistere tanto lei non avrebbe detto di quello scatto lì sulla porta prima di entrare.

Paola lo anticipò aprendo la porta con la testa bassa, lui non la baciò ormai sconfitto però prima che anche l’ultima porta potesse essere chiusa disse con voce quasi impercettibile “Sediamoci”, lei capì che lui si accorse di qualcosa ma non resistette all’idea di fargliela pagare subito e gli rispose “No, forse domani”. A Giorgio gli caddero le mani sui fianchi e con aria interrogativa si girò e chiudendosi la porta alle spalle si avviò verso la sua macchina. Lei per un po’ rimase immobile dietro la porta ma si dovette scoprire femmina come tutte le altre e con aria presuntuosa, anche se nessuno poteva vederla, fece un cenno alzando il naso all’insù e si avviò verso la camera. Durante il tragitto qualcosa accarezzò il suo braccio, cashemire “samawar” regalo del suo ultimo compleanno, lo afferrò tra le mani e raggomitolandolo se lo portò fino alla bocca, quasi a simulare il bacio mancato, poi ne respirò il profumo della sua presenza e in un attimo realizzò del suo desiderio. Sentì qualcosa trasalire dalle sue viscere, qualcosa di sconosciuto e di invadente, tanto da farla sobbalzare cercando disperatamente il cellulare per fare sì di poterlo chiamare di nuovo e con una scusa riportarlo dove il suo corpo voleva che fosse.

Dovette rinunciare in un solo istante a tutto il suo orgoglio femminile, non ce la fece totalmente e tutto quello che riuscì di fare era solo un sms con su scritto “Ti sei dimenticato la sciarpa a casa”- Paola dapprima lo attese con il telefono in mano, poi sulla poltrona vicino all’entrata ed infine, ancora vestita sul letto, dopo di che sfinita da un pianto liberatore si lasciò addormentare come corpo senza vita.

Dal canto suo Giorgio leggendo il messaggio si disse che forse non era il caso di litigare e preferì ritornare nel suo locale dove dopo la mezzanotte iniziavano gli spettacoli notturni a cui prima non era interessato. Vide un sacco di gente, gente che nemmeno aveva mai visto mangiare nel suo locale, erano lì per le donnine, per lo più extracomunitarie buttate su quel palco chissà per quale ragione. Lo spettacolo era deprimente ma vista la rabbia e la voglia improvvisa che gli era trasalita alla vista di quella scollatura, infondo, quel turbinare di corpi volluttuosi non diedero granché fastidio alla sua natura maschile. Poi però cominciò a notare i clienti, i loro sguardi assatanati, le loro mani tozze che si avvicinavano verso quelle sventurate in cerca di qualcosa che a casa non trovavano, si rese conto che lui non era come loro ma ormai i primi bagliori del giorno si cominciava a vedere all’orizzonte del parcheggio e decise che forse era ora di tornarsene a casa.

Nell’accendere il motore la radio si sintonizzò automaticamente su una voce che ad alta voce leggeva un libro di letteratura, ripensò al suo modo di far partecipare Paola alle bellezze del mondo, al fatto che lei ne fosse gratificata e lui si sentiva per questo speciale. Non era lontano, pensò, ci passerò davanti senza fermarmi, ne aveva bisogno. Paola invece si rigirava nel letto, quel silenzio era vuoto di lui e non si riusciva a dare pace. Quando fu davanti la sua porta Giorgio scese e si mise dietro la porta e con voce bassa la chiamò, a Paola che era in uno stato di dormiveglia quel suono lo sentì proprio bene ma si alzò disincantata che forse quella era solo la sua voglia che si era trasformata in illusione. L’illusione che fosse lui.

Scostò la tenda della finestra vicino la porta e bussò per ricevere una conferma, lui che a vederla scompigliata così in penombra gli sembrò un’apparizione gli bussò nel loro alfabeto segreto e lei aprì la porta. Giorgio la guardò e vedendola ancora vestita capì e fece quello che qualsiasi uomo avrebbe fatto, chiuse la porta dietro di se, le si avvicinò e con una mano davanti la sua bocca fece scivolare l'altra, come in una colata di cioccolata, dietro quella schiena perfetta.

Non ci furono parole, era tempo che quel mondo fatto di sensazioni di pelle appartenesse anche a lui.

Il corpo di lui era nella mente di lei, lei immensamente negli occhi di lui. Pensarono all’unisono che era il momento giusto, lei si sdraiò come una principessa sul letto adagiando accompagnata dal sostegno di Giorgio la testa sul cuscino, lei immaginava ciò che gli occhi di lui potevano vedere, lui si adagiò su di lei e con un impercettibile gesto nella parte interna delle cosce di lei fece per farsi aprire, così come quella porta qualche tempo prima. Lei capì ed afferrando la testa di Giorgio tra le mani lasciò dischiudere le ante. L’aria non era più aria, la stanza non più una stanza e nemmeno il letto sembrava essere più tale quando lui timidamente entrò in lei, lei strinse ancora di più perché a questo punto non voleva essere guardata, era intimorita da quello che la sua natura felina avrebbe avuto sul suo giudizio. Il conto alla rovescia annunciava il momento magico, la pressione fece scardinare gli indugi e il piacere uscì dai corpi uniti come in una bottiglia di spumante. Un grido annunciava la fuoriuscita del liquido degli dei e la conquista dell'Olimpo fu finalmente raggiunta. Ci fu un silenzio pieno di pace. Il corpo di Paola si distese senza fare più resistenze, slacciò le sue mani dal capo di Giorgio e si lasciò cadere all’indietro, sudata e con un lieve sorriso stampato sulle labbra, che lei sapeva cos’era e che lui avrebbe visto senza avere più bisogno di capire.

Giorgio le si alzò e si lasciò cadere affianco, decise che la prossima volta non si sarebbe dimenticato di descriverle anche le bellezze del mondo che a lei erano sconosciute, il suo corpo.







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categoria: le relazioni uomo donna


venerdì, 28 dicembre 2007

Pensavo che imparare a vivere, a relazionarsi e a realizzarsi sarebbe servito a qualcosa. Mentre il motivo di tanta sofferenza è sapere di vedere in un mondo di ciechi, aprire la bocca per parlare soltanto una lingua sconosciuta.








Non mi sento del mio tempo, non mi sento della mia età, non mi sento una coscienza comune.








Se Picasso nel suo evolversi come pittore ambiva a dipingere come un bambino, io mi accontenterei di diventare semplice.








Semplicemente Giuseppina.

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categoria: perché non io


venerdì, 21 dicembre 2007

Una mattina come tante in giro col passeggino in cerca d'aria. Pungente certo, una mattina fredda e serena, una dopo tanti giorni di pioggia. Sulla strada verso il parco non vi sono passanti e nemmeno biciclette, timidamente corre a passo stretto e svelto una mamma di un neonato che grida al mondo la sua caparbietà di vivere.




Giunti al piccolo angolo di giardino, una serie di panchine vuote, tranne una, una donna, all'incirca sulla cinquantina se ne sta all'angolo, ripiegata su se stessa verso l'interno, s'intravede una birra mezza cosumata mentre le mani indaffarate portano qualcosa di non riconoscibile alla bocca, sembra un roditore intento a sbucciare e a cosumare pasti che forse non si ripetono da giorni. Nascosto dall'ampio cappotto, nell'angolo che forma con la gamba piegata e lo schienale, un mazzetto di carte, che mescola e ridistribuisce in maniera paranoica ed anche turbata dalla curiosità di mio figlio che le si avvicina piano piano.




Non è italiana, d'improvviso prende tutto il suo bagaglio e si sposta mugugnando qualcosa d'incomprensibile, poi si apposta sulla panchina verso il centro del giardino lontano da noi. La seguo con gli occhi e lavedo ricominciare daccapo quella strana liturgia che pare darle sollievo ma è evidente che non sta bene. Mio figlio non si dà per vinto e riprova l'approccio con la dolente signora ma lei riprende di scatto tutte le sue cose e imprecando in italiano si risposta verso la prima panchina, dopo di che sto attenta che non risuceda di nuovo.




Una ragazza gioca col suo cane ma non si accorge di lei, nemmeno uno sguardo, ne un cenno d'intendimento nei miei confronti dopo che per la seconda volta si alza da quel posto per allontanarsi da un bambino troppo curioso.




Non mi meraviglio, infondo c'è tanta gente che non vede. Che ora è? E' tardi, l'una, andiamo tesoro tuo fratello tra un po' esce da scuola...

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categoria: fotografie


giovedì, 13 dicembre 2007

Cocci


Mi svegliai d'improvviso, per terra e malridotta,


mi faceva male tutto


gli occhi a malapena si aprirono ad uno spettacolo


che era addirittura peggio del mio stato d'animo


Non appena potei alzarmi da terra cominciai


a cercare di ricomporre la mia vita


Un tassello dietro l'altro i cocci che trovavo


facevano un disegno e tutte le cose scritte


negli anni cominciavano ad avere un senso


Era la mia anima che mi scriveva


in realtà voi che leggete non c'entrate niente


Racconti che parlavano di miei eventi futuri


nessuna parola è andata persa


La verità c'era ma io non ho mai voluto credervi.


Ora che ho capito mi pare di aver perso tutto.


Seguo il sentiero tracciato dai cocci,


ora credo che mi portino a te


ma ormai non sono più certa di nulla


pur sapendo che non è una menzogna.

postato da Giuseppina alle ore 13:54 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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lunedì, 10 dicembre 2007

Verso la fine della notte.

 

E se provassi a lasciar perdere.

Aprirei le mie dita lentamente affinché questo amore scivoli come dentro una clessidra.

 

E se mi lasciassi andare dove arriverei?

 

Non c’è vento dentro di me,

tutto tace e la pace che non è di successi mi addolora.

 

Questa fotografia non saprà mai fermare l’immagine di un’anima mutevole.

La faccio in mille pezzi

così domani, leggendo la pagina nuova del mio destino, capirò questa mia di stasera.

 

Per ora corro,

corro e corro per allontanarmi dal mio già passato senza che il tempo scivoli più velocemente, nemmeno abbassando le mani, nemmeno fino a terra.

 

A terra, sì

dove io rimango accovacciata verso l’orizzonte rosseggiante come in tinte di porpora,

una luce, fioca

s’innalza lentamente colpendo la mia fronte.

 

Mentre tutto rinasce io t’aspetto sole che tu compia il miracolo della fioritura,

 

 

 

la speranza.
postato da Giuseppina alle ore 19:01 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Chi sono

Blogger: Giuseppina
FEMME Datti un pò di tempo per respirare e per l'amore ma anche un attimo per pensare che poi nn fà male. Per te e solo per te che soffri di mal d' umore, così metabolizzata con il tempo che hai frainteso perchè così nevrotica e cosi tanto peso in più sulle spalle da nn spiccare il volo per tanto errore nel valutare un sogno come realtà distorta. E ti sei persa, lungo questo flusso coatto, le qualità che ti rendevano affascinante e irresistibile preda. F. Andrisano


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